Brand guidelines: cosa mettere per farle usare davvero (e non archiviarle)

Le brand guidelines falliscono quasi sempre per lo stesso motivo: sono troppo “perfette” e poco utilizzabili. PDF lunghi, regole generiche, esempi assenti. Poi succede la cosa più prevedibile: nessuno le consulta quando deve scrivere una pagina, preparare un post o impaginare una presentazione. Una linea guida utile, invece, è uno strumento operativo: poche regole chiare, esempi reali, template pronti, e un posto dove ritrovarle senza cercare mezz’ora.

In questa guida trovi cosa includere (davvero) nelle brand guidelines per farle usare: sezione strategica, sezione copy, sezione visual, gestione asset e standard. Se vuoi trasformare tutto questo in un sistema coerente di pagine e contenuti, la agency può supportarti nella costruzione e nell’implementazione, così le guidelines non restano teoria.

Il principio: le linee guida devono essere “consultabili”, non “celebrative”

Una buona guideline si apre e si usa in 2 minuti. Per riuscirci, serve una gerarchia semplice: ciò che orienta decisioni sta sopra, ciò che è dettagliato sta sotto, e tutto deve avere esempi. È un lavoro molto vicino all’information design: organizzare informazioni per ridurre errori e tempi morti. Se vuoi un riferimento su questo approccio, qui trovi un approfondimento: UX: information design.

Sezione “strategia” (breve): cosa siamo, per chi, e cosa promettiamo

Non serve inserire tutta la strategia. Serve il minimo indispensabile per prendere decisioni coerenti.

Includi:

  • Obiettivo del brand (cosa vuoi ottenere nei prossimi mesi)
  • Target (in modo operativo, non “demografico”)
  • Posizionamento (1 frase) e alternativa reale
  • Value proposition (1–2 frasi) con 2–3 prove
  • 3–5 messaggi chiave (che vanno ripetuti nel tempo)

E se vuoi approdondire:

Se vuoi partire da insight e percezione, questo è l’approfondimento giusto: brand insight.

Sezione “copy”: tone of voice, parole da usare, parole da evitare

Questa è una delle sezioni più usate, se fatta bene. Non bastano aggettivi (“professionale, dinamico”), serve un set di regole applicabili.

Includi:

  • 3 regole del tono (es. “diretti, senza superlativi”)
  • 3 cose da evitare (hype, promesse assolute, tecnicismi inutili)
  • 10 parole/forme ricorrenti (quelle “nostre”)
  • 5 esempi “prima/dopo” su frasi reali

Vuoi approfondire il tone of voice? Puoi leggere: tone of voice: definizione + esempi.
E per la parte caption, che spesso è dove si perde coerenza: cos’è una caption.

Sezione “visual”: cosa è accettabile e cosa no (con esempi)

Il visual non è decorazione: è percezione e fiducia. Qui servono esempi concreti, non solo palette e font.

Includi:

  • Palette (primaria/secondaria) + regole d’uso
  • Tipografia + gerarchie (H1/H2/body, spaziature)
  • Griglie e layout (2–3 template principali)
  • Stile fotografico (luci, mood, coerenza)
  • Esempi “do/don’t” (cosa funziona / cosa rompe coerenza)

Se la fotografia è parte della tua credibilità, definisci standard e produzione. In molti casi, costruire una libreria di asset originali in sala posa rende coerente la percezione del brand in modo immediato: stessi toni, stessa qualità, stessi tagli, niente “misto” casuale.

Sezione “asset”: file, nomi, formati, dove trovarli

Questa sezione è quella che fa risparmiare più tempo. Se manca, ognuno usa file diversi, versioni diverse, e si perde coerenza.

Includi:

  • Cartella unica (Drive/Dropbox) con struttura chiara
  • Loghi in formati corretti (SVG, PNG, versioni su chiaro/scuro)
  • Template (social, presentazioni, documenti)
  • Libreria immagini/video approvate
  • Regole di naming file e versioning (semplici, ma obbligatorie)

In pratica, stai evitando errori di sistema, non “insegnando a usare un logo”.

Sezione “applicazione”: dove si usano le guidelines (e chi decide)

Le guidelines funzionano se c’è una governance minima. Non serve burocrazia, serve chiarezza.

Includi:

  • Chi approva cosa (1 referente)
  • Quando si possono fare eccezioni (e come documentarle)
  • Frequenza di revisione (mensile/trimestrale)
  • Checklist “prima di pubblicare” (5 punti)

Se vuoi fare un check sulla coerenza prima leggi: brand audit: template.

Template (da copiare): brand guidelines in 2 pagine

STRATEGIA (sintesi)

  • Obiettivo: ______
  • Target: ______
  • Posizionamento (1 frase): ______
  • Value proposition: ______
  • Prove: ______ / ______ / ______
  • Messaggi chiave: ______ / ______ / ______ / ______

TONE OF VOICE

  • 3 regole: ______ / ______ / ______
  • 3 da evitare: ______ / ______ / ______
  • Parole ricorrenti: ______

VISUAL

  • Palette e regole: ______
  • Tipografia: ______
  • Stile immagini: ______
  • Do/Don’t: ______

ASSET

  • Link cartella: ______
  • Loghi: ______
  • Template: ______
  • Libreria foto/video: ______

GOVERNANCE

  • Referente approvazione: ______
  • Checklist pubblicazione (5 punti): ______
  • Revisione: ______

Le brand guidelines funzionano quando diventano un’abitudine: apri, controlli, applichi. Per riuscirci, devono essere brevi, concrete, piene di esempi e collegate agli asset reali. Se le costruisci come uno strumento operativo, eviti incoerenze, risparmi tempo e rendi più semplice produrre contenuti che “sembrano davvero tuoi”. E se vuoi progettare l’intero sistema – strategia, messaggi, tono, visual e implementazione su sito e contenuti – la agency può aiutarti a farlo in modo ordinato, senza complicazioni inutili.

Domande frequenti

Meglio un PDF o una pagina online?
Dipende, ma spesso una pagina online (o un documento condiviso) è più usabile: si aggiorna, si consulta al volo, si linka ai file reali. Il PDF tende a diventare “versione vecchia” rapidamente.

Quanto devono essere dettagliate?
Quanto basta per evitare errori ricorrenti. Se diventano troppo complesse, nessuno le usa. Meglio poche regole chiare + esempi reali.

Chi deve gestirle?
Serve un referente, anche interno, che approva e mantiene coerenza. Non serve un processo pesante: basta chiarezza su chi decide.

Le guidelines includono anche foto e video?
Dovrebbero. Lo stile degli asset è parte della percezione. Definire standard (e costruire una libreria coerente) evita il “misto casuale” che rompe fiducia.