Analisi dei requisiti: il modello a spirale

Il secondo modello che analizziamo è il “modello a spirale” base di riferimento delle metodologie definite “iterative”. Questa tipologia di metodologie mette al centro, per l’appunto, il concetto di iterazione: ovvero di ripetizione. Vediamo perché. 

 

 

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Il modello a spirale, concepito nel 1988 da Barry Bohem, suddivide il processo di sviluppo software in quattro fasi: pianificazione, analisi dei rischi, sviluppo, verifica

Cosa cambia, quindi, rispetto alle metodologie pesanti? 

La differenza fondamentale sta nella continuità del processo che, una volta giunto a termine, si ripete per implementare il prodotto con nuovi fattori. La sequenza pianificazione-analisi dei rischi-sviluppo-verifica è un modulo che si propone di adattarsi a ogni progetto e a ogni suo componente interno. 

 

Per questo motivo, il modello a spirale è anche definito come un metamodello in grado di far da guida per ogni tipo di sviluppo software. La ciclicità è il concetto che distingue questo modello e fu una potente base di sviluppo per metodi che fossero in grado di superare le metodologie pesanti. 

 

La spirale a cui ci si riferisce nel nome rappresenta infatti il percorso che segue questo modo di procedere. Pur ripetendo le stesse fasi, ogni passo compiuto dal team di sviluppo si poggia e cresce sulle evoluzioni pregresse. In questo modo la linea che rappresenta la realizzazione del software, per quanto ruoti su se stessa, si allontana sempre di più dall’origine della prima pianificazione. 

 

Rispetto alle metodologie pesanti, per finire, riconosciamo al modello a spirale un abbandono della monoliticità che aveva caratterizzato il periodo precedente. Nonostante questo, però, le fasi dello sviluppo software sono ancora inquadrate in una sequenzialità statica che lascia poco spazio alla comunicazione tra una fase e l’altra.