Atteggiamento e Comportamento - Teoria del comportamento pianificato

La terza ed ultima elaborazione proposta da Ajzen, finalmente, considera un elemento che riassume molte delle possibili dinamiche individuali che, nel compiere un comportamento o nell’assumere un atteggiamento, si riferiscono a meccanismi irrazionali. Le critiche mosse per i primi due modelli, tacciati di razionalismo, quindi, trovano una risposta in questo ultimo modello che compendia sufficientemente le mancanze dei precedenti.

Mantenendo i due fattori principali della teoria dell’azione ragionata, ovvero l’atteggiamento verso il comportamento e le norme soggettive dell’individuo, Ajzen li accompagna con un terzo fattore molto particolare: il controllo comportamentale percepito, ossia la sensazione che un individuo ha di poter davvero controllare una sua azione. Quindi, anche nel momento in cui un’intenzione viene costruita sulla base di un ragionamento logico, come visto nei precedenti modelli, entra in gioco la percezione individuale di avere o meno il controllo sull’attuazione stessa dell’intenzione.

Riportando un noto esempio che chiarisce questa impostazione, basta far riferimento ai casi di fumatori o alcolisti. In entrambi i casi i tabagisti o gli alcolisti potrebbero valutare negativamente il loro comportamento di fumare o bere; potrebbero addirittura dare peso e valenza all’opinione degli altri rispetto al comportamento in questione; questo però non basta se il soggetto stesso non concepisce come “sotto il suo controllo” l’azione di smettere di fumare o di smettere di bere.

Azioni su cui si può avere la percezione di avere il completo controllo possono essere le più banali: decidere se prendere la macchina o andare a piedi, comprare un accendino di un certo colore, chiamare o no quell’amico che non sentite da tempo; ma non tutte le azioni possono essere ragionate ed elaborate in base a degli schemi razionali.

Questo elemento – la percezione del controllo – appare molto sui generis rispetto ai precedenti due in quanto ha la possibilità di entrare in gioco nel modello sia nel momento di “creazione” dell’intenzione del soggetto, sia nel momento in cui una determinata intenzione viene messa in pratica.

Ovvero, essendo coscienti della propria percezione di controllo, potremmo costruire un nostro comportamento pianificato, progettato, sulla base di questa stessa percezione, oppure potremmo renderci conto della reale possibilità di compiere un’azione solamente quando ci accingiamo a compierla intenzionalmente. Qualora, ci rendessimo conto di non avere il controllo sul concretizzare la nostra intenzione, verificheremmo quella discrepanza tra atteggiamento e comportamento di cui questi modelli si sono finora occupati.

Per concludere, questo terzo modello mette bene il luce le problematiche non risolte dei precedenti schemi di Fishbein ed Ajzen, e risulta chiaro anche per il processo attraverso cui si è formato: ogni modello risulta un completamento del precedente, in cui si aggiunge un elemento dapprima non considerato e che diventa parte attiva del processo.