Atteggiamento e Comportamento - Teoria della reattanza

Avete presente quante volte abbiamo sentito dire che ai bambini non bisogna dire con troppa insistenza di non fare una cosa perché, in questo modo, li si spinge a farla?

Ecco, uno studioso ha costruito una teoria su questo principio non riferendosi ai bambini ma, bensì, a tutti noi.

La teoria della reattanza fu formulata nel 1966 dallo psicologo Jack Brehm che, oltretutto, da giovane lavorò con Leon Festinger (confronta la “teoria della dissonanza cognitiva”). Ciò che lo psicologo afferma con questa teoria è che l’individuo è mosso, nel momento in cui la sua libertà viene limitata, a ristabilire il proprio principio di indipendenza. Questa spinta all’autonomia è chiamata, appunto, “reattanza”.

Proprio nell’ottica di voler ristabilire la propria libertà, quale più naturale movimento potrebbe cogliere l’individuo se non quello di mettere in atto ciò che gli viene vietato?

Inoltre, Brehm distingue due tipi di reattanza che possono essere messi in atto da parte delle persone: la reattanza distruttiva e quella costruttiva.

Nel primo caso, ci troviamo di fronte ad una reazione violenta che aggredisce la limitazione della libertà e tende a sabotare l’intromissione di soggetti esterni nella nostra azione; la seconda, invece, prende in considerazione quei comportamenti messi in atto per far “evolvere” positivamente il divieto imposto. Questa distinzione, però, appare alquanto labile nella misura in cui il giudizio che una reattanza possa essere positiva o negativa è estremamente soggettivo e ciò che a noi sembrerebbe distruttivo, per altri può apparire come costruttivo.

Legandoci all’articolo precedente sulla teoria della risposta cognitiva di Leon Festinger è possibile declinare le due teorie mettendole insieme. Secondo Festinger, appunto, la dissonanza cognitiva è lo stato di arousal che spinge l’individuo a trovare una soluzione per ristabilire l’armonia delle proprie convinzioni e dei propri comportamenti. La condizione di arousal non è però “arbitraria” o casuale: questa può derivare direttamente dal fatto che l’origine di un comportamento sia situato nelle nostre decisioni o nelle decisioni di qualcun altro. Curiosamente, qualora compiessimo un comportamento che è incoerente con le nostre convizioni ma la nostra azione fosse dovuto al controllo di qualcun altro, lo stato di arousal e di dissonanza cognitiva sarebbe percepito nettamente di meno da parte dell’individuo.

 

In conclusione, possiamo dirci di prendere più in considerazione il comportamento dei bambini e scoprire che, a volte, siamo molto più simili a loro di quanto crediamo.