Modelli Comunicazione - Il modello delle funzioni comunicative

All’inizio degli anni Sessanta viene elaborata una delle teorie più importanti ed influenti sui processi comunicativi. L’autore ne è un linguista di origine russa, Roman Jakobson, che basandosi sulle conclusioni del modello matematico-informazionale di Shannon e Weaver formula un modello che apre nuove piste d’indagine e nuove argomentazioni concettuali.

In tutto, gli elementi considerati sono sei: il mittente, il codice, il messaggio, il contesto, il contatto (o canale) ed il destinatario. Ad ognuno di questi elementi Jakobson affilia una determinata funzione che gioca all’interno della relazione fra gli interlocutori e che influenza le dinamiche della comunicazione. Jakobson pone in esame due elementi in particolare, uno dei quali amplia l’orizzonte di sguardo dell’analisi comunicativa e conduce a nuove conclusioni.

I due elementi sono il codice ed il contesto.

Il codice è considerato, al pari di quanto veniva fatto nel modello matematico-informazionale, come un bagaglio comunicativo comune ai due interlocutori, un sistema linguistico di cui sono entrambi portatori e che rappresenta lo strumento di trasmissione dell’informazione. La funzione che svolge è quella metalinguistica, che mette in gioco i significati stessi del codice utilizzato, cercando delle traduzioni concordi. In poche parole, la lingua.

Quel che è più interessante, forse, è invece la nozione di contesto, considerata come la situazione entro la quale la dinamica comunicativa ha atto e che influenza il processo stesso di trasmissione.

Il contesto svolge una funzione particolare secondo Jakobson, la funzione “referenziale”. Questo compito consiste nella capacità del linguaggio di adattarsi in maniera chiara e definita al contesto in cui si presenta, alla situazione in cui viene impiegato: in questo modo, richiamando la teoria matematico-informazionale, potremmo dire che si presenterebbe l’assenza di rumore lungo il “canale” comunicativo. Una funzione referenziale ottima si realizza quando gli strumenti comunicativi utilizzati, e potremmo in questo senso ampliare l’orizzonte al di fuori della semplice lingua parlata, si sciolgono perfettamente nella situazione contestuale, adattandosi alle esigenze del momento. Un professore di matematica che da dietro una cattedra spiega un qualche argomento, utilizza un linguaggio puntuale, chiaro, in cui ogni parola non svolge altra funzione che il rimando ad un concetto astratto che appare definito e preciso. Un incastro di parole che costruisce il percorso di un ragionamento, passo per passo, mattone per mattone.

Esiste poi la funzione emotiva, che si concretizza nella capacità del mittente di esprimere le proprie emozioni ed i propri sentimenti. Quando quest’ultimo è poi intenzionato a produrre un risultato pratico sul destinatario del messaggio, per esempio l’esecuzione di un’azione, entra in gioco la funzione conativa che traspone il mittente in una situazione di dominanza rispetto all’ascoltatore. Non a caso, è il tipo di linguaggio che sentiamo nelle propagande politiche, o nei richiami morali di personalità religiose, o ancora in alcuni slogan pubblicitari.

La funzione poetica è invece riferita al messaggio, al suo ritmo, ai suoi accenti e ai balzi emotivi che il discorso compie, toccando l’ascoltatore. E, forse, ha molto in comune con la funzione fàtica, che realizza, mantiene e cura il contatto tra i due comunicanti con parole che richiamano l’attenzione, o semplicemente con sguardi che invocano un elemento che mantiene l’attenzione su qualcosa di comune.

Un insieme di ruoli e compiti che si compenetrano nel momento di comunicare, in cui ognuno di questi ha la capacità di determinare la buona riuscita della trasmissione. A volte con funzioni che si realizzano, a volte con altre che, incerte, danno un colpo di freno all’intenzione e ne offuscano il significato, il contesto. Come per la teoria della Gestalt, corrente intellettuale e di ricerca del Novecento, esiste una specie di “legge della formazione non additiva della totalità”, per cui il risultato di un contesto e di un evento non è dato dalla somma degli effetti di ogni funzione, di ogni parte, ma da una precisa configurazione frutto del compenetrarsi di ogni elemento con l’altro.