[Photo]monographs – Steve McCurry

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L’arte della fotografia contemporanea

É una delle più importanti figure della fotografia contemporanea quella rappresentata da Steve McCurry, vera icona di riferimento per tanti giovani appassionati di fotografia.
Sufficiente sarebbe rifarsi alla più celebre copertina del National Geographic: quella che vede una giovane afgana guardare l’obiettivo con i suoi grandi occhi chiari.
La storia di McCurry inizia alla Pennsylvania State University dove studia storia e cinema; nozioni, queste, che gli serviranno per entrare in un giornale locale dove incomincia a lavorare come freelance.
Quello che è il suo ‘satori’, ossia ‘illuminazione’, si celebra durante il suo primo viaggio in Oriente, con destinazione India.
Potete immaginare un giovane con uno zaino dove tiene le sue cose e una reflex che inquadra, una dopo l’altra, centinaia di scene che vengono impresse su dozzine di rullini.
Si tratta di una vera e propria esplorazione che dall’India lo conduce fino al Pakistan dove conosce degli afgani rifugiatisi per via della guerra contro i soldati dell’Unione Sovietica scesi a proteggere il regime di quel Paese.
McCurry riesce ad entrare clandestinamente nell’Afganistan occupato e viene ospitato dai combattenti Mujahidin, unico giornalista occidentale che documenta per primo, il conflitto che quotidianamente insanguina il Paese.
È il via di una carriera trentennale di un fotografo che ha saputo cogliere, in tutti i continenti, momenti di culture subalterne in via di estinzione e di conflitti, avendo come soggetto principale l’essere umano.

Il modus operandi di McCurry

Steve McCurry, è membro della prestigiosa agenzia Magnum e durante la sua attività è stato premiato più volte inclusa quella in cui gli è stata consegnata la Robert Capa Gold Medal, il premio della National Press Photographers.

I suoi lavori sono stati editati in molti libri a partire dal 1985 (The Imperial Way) fino all’ultimo che risale al 2015 (Fron These Hands: A Journey Along the Coffee Trail).
Il concetto che funge da denominatore comune in tutti i suoi lavori vede le immagini (tutte a colori) coniugare la foto documentaristica dei viaggi con il reportage e con l’analisi sociale che tiene conto della cultura e delle tradizioni.
Questo importante elemento focale, lo ha reso nel tempo, uno dei fotografi più coinvolti dalla rivista National Geographic non solo per la qualità delle sue immagini.
In quasi tutti gli scatti, McCurry esprime una sorta di paradosso perché si lasciano ammirare per via di una poetica vivacità rappresentata da luci, colori ed ombre ma ritraggono scene di ordinaria povertà e miseria, dove la disperazione e la fame dominano il tutto.

Si tratta del frutto di una ricerca minuziosa che McCurry elabora nel corso di lunghi viaggi che lo portano ad essere presente in momenti focali di vita quotidiana, come lo scatto che ritrae pescatori cingalesi intenti a pescare stando seduti in equilibrio su delle esili canne di bambù in riva al mare. Lo stesso autore racconta che prima di prendere la foto ha studiato il posto, la tecnica di questi pescatori, la luce e che alla fine ha deciso di scattare la foto di mattina presto perché l’illuminazione era quella che voleva.
Sono scene studiate a tavolino ma solo dopo essersi immerso nella realtà di un contesto che deve partecipare in modo prepotente e non solo integrante all’interno di un racconto.

Steve McCurry ha raccontato l’Asia a colori, uno tra i primi fotografi a farlo in modo esaustivo e permettendo al mondo di conoscere realtà ignorate o volutamente dimenticate. Per riuscire nel suo intento, ha preferito affidarsi alla violenza del colore anziché alla drammaticità del B&N per trasmettere visioni appassionate ma, spesso, contraddittorie che hanno saputo imprimere una inattesa forza e profondità che hanno determinato un nuovo standard di immagine.

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