Sarah Moon

Sarah Moon, nome d’arte di Marielle Warin, nasce a Vernon, in Francia, nel 1941. Inizia la sua carriera di fotografa parallelamente a quella di modella, fotografando le colleghe nel backstage. Il passo è breve, le sue foto non passano inosservate e nel 1968 decide di abbandonare la professione di modella per dedicarsi alla fotografia e passare definitivamente dall’altra parte dell’obiettivo.

Ha una poetica molto profonda, che permette ai suoi scatti di parlare direttamente al nostro inconscio della bellezza e del suo essere inesorabilmente legata al tempo, utilizzando una tecnica che rende le sue foto oniriche e surreali.

È inusuale parlare in questi termini di fotografie di moda, ed è proprio questa la peculiarità di Sarah Moon e la parte più interessante del suo lavoro. Solitamente si tende a dare una valenza profonda e introspettiva solo ad un certo tipo di fotografia, ma Sarah spiazza tutti dandoci foto fashion di una rara profondità. Predilige il bianco e nero per la sua valenza simbolica, per la capacità di parlare di memoria, di perdita e solitudine, quando invece decide di lavorare a colori i suoi lavori si fanno più astratti, più lontani dalla realtà, e utilizza particolari cromie facendole diventare false e svuotate giocando quindi principalmente con  masse e volumi piuttosto che con dettagli e mezzi toni come invece accade nelle sue foto in bianco e nero. E proprio parlando di dettagli, non si può fare a meno di notare come ci sia una differenza di tecnica tra i lavori in bianco/nero e quelli a colori. La differenza fondamentale sta nell’uso della grana. Si pensi ad esempio a Alchimies e invece alla recente collaborazione con la casa cosmetica francese Nars.

In Alchimies le foto sono ricche di dettagli e la gamma cromatica dei grigi è molto ricca, nei ritratti per Nars invece a spiccare sono i volumi, i giochi con le sfocature, la grana evidente, il mosso, l’atmosfera rarefatta. La fotografa utilizza questo differenza di tecnica per togliere il dettaglio alle foto a colori, che vuole invece mantenere al massimo per i lavori in bianco e nero.

Per le sue opere diventa quindi fondamentale parlare, ancora una volta, di realtà e finzione. I soggetti ritratti da Sarah Moon perdono la loro connotazione e offrono una nuova prospettiva sulla realtà. Per ogni sua foto si parla di una precisa e meticolosa “messa in scena”. Non crede infatti che se uno scatto derivi da una messa in scena studiata possa perdere valore o diventare meno interessante, anzi, lo considera un valore aggiunto perché diventa la testimonianza di una sua fantasia.

Quelli delle sue foto sono momenti profondamente studiati ma non per questo meno spontanei. Sarah è infatti sempre alla ricerca dell’inatteso, una sua normale sessione di scatto trova il suo culmine in quel momento in cui tutto è al proprio posto ma qualcosa accade, qualcosa che la fotografa non aveva previsto ma che ha la prontezza di riconoscere, ed è quel qualcosa che completa l’immagine, che la rende eterna e preziosa.

Eterna come il concetto di tempo che Sarah “nasconde” in ogni suo scatto, tempo inteso come ricordo, come immagine in cui è impossibile intravedere una linea temporale precisa ma che invece risulta essere incentrata su una ambiguità in cui spazio e tempo si confondono come un gesto, come un movimento che si sta per compiere.