Semiotica dei colori - Approcci di studio - Loomen Studio

Probabilmente per poter parlare della percezione del colore è indispensabile, prima, riflettere su come definiamo il colore e, soprattutto, perché.

Se consideriamo lo spettro ottico, ovvero l’insieme dei colori visibili raccolti in successione graduale, ci troviamo di fronte ad un insieme enorme di diversi colori, di diverse sfumature e diverse tonalità. Lo spettro visibile dall’occhio umano va dal rosso al violetto, come spesso ci è capitato di notare nelle tavolozze di Paint o nelle girandole colorate. Nel corso della storia le società hanno “suddiviso” questo spettro in insiemi più piccoli in cui raggruppare delle tonalità da indicare sotto un unico nome. Per esempio, quando ci riferiamo al rosso non abbiamo certo un’unica tonalità nella nostra immaginazione, ma un insieme di diversi colori tutti riconducibili a quello che, per noi, è il “rosso”. Per cui si andrà dal limite più scuro, che potrebbe essere un po’ più acceso del bordeaux, fino alla sfumatura più chiara, magari prima di giungere all’arancione.

Ma tutte le società del mondo hanno suddiviso lo spettro cromatico allo stesso modo, con gli stessi limiti e con intervalli della stessa ampiezza? Ovviamente no. Nello studio dei colori, infatti, esistono degli approcci di analisi che si propongono di capire e studiare come nei diversi contesti lo spettro cromatico sia stato raggruppato e differenziato.

Per capirci è bene portare qualche esempio.

Nell’antichità, specificatamente nell’epoca romana, non esisteva l’equivalente di quello che noi definiamo “bianco”. O meglio, esisteva in maniera diversa. I romani, infatti, differenziavano il bianco in base alla quantità di luce che su questo si rifletteva: ovvero c’era l’albus e il candidus. Il primo si riferiva alla qualità di bianco “sporco” e candidus al bianco brillante.

Oppure si potrebbe fare riferimento al linguaggio eschimese, in cui esistono più o meno una quindicina di termini per definire diversi tipi di neve. Certamente si tratta dell’oggetto “neve” e non del colore bianco, eppure i diversi termini si riferiscono anche al tipo di colore con cui la neve appare.

Ma forse l’esempio più pregnante e che dà più la misura di quanto le costruzioni e le stereotipizzazioni sociali inducano ad una differente elaborazione dello spettro ottico sta nello studio condotto dall’antropologo Victor Turner presso la tribù degli Ndembu originaria della Zambia. Con uno studio sul campo, l’antropologo osservò come la percezione del colore per la tribù africana risultasse completamente diversa rispetto a quella occidentale. La comunità raggruppava l’intero spettro cromatico in tre colori: il bianco, il rosso, il nero. La totalità delle sfumature presenti in natura veniva descritta con questi tre colori o con una derivazione di questi. Il giallo e l’arancione, per esempio, erano contenuti interamente dalla definizione di rosso, oppure il blu rientrava nel nero. Un caso famoso e esemplificativo sta in quello che noi denominiamo come verde e che per la comunità è “acqua di foglie di patata dolce”. Ogni singolo colore, insomma, veniva definito sulla base di questi tre colori.

Dovremmo forse pensare che la tribù Ndembu, di conseguenza, non percepisse che tre colori? Oppure che non fosse in possesso di una sensibilità percettiva come la nostra? O forse che, semplicemente, il linguaggio è qualcosa che si costruisce socialmente e perciò il modo degli Ndembu di definire il blu con il nero consiste solamente nel chiamare con un nome diverso quello che noi chiamiamo blu? Oppure una miscela di questi aspetti?

Gli approcci di studio su questo si differenziano e propongono delle spiegazioni diverse e per questo saranno oggetto di una breve esposizione nei prossimi articoli. Parleremo fondamentalmente del “relativismo linguistico”, del “riduzionismo” e dell’approccio più proprio alla semiotica che, in qualche modo, supera i due precedenti.

In ogni caso, concepire la struttura elaborativa del colore propria degli Ndembu come una forma primitiva, selvaggia o inferiore rispetto ad una classificazione più sofisticata di tipo occidentale dimostrerebbe solo una miopia analitica di fronte a un processo come quello della “costruzione di senso” proprio delle società.

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