Semiotica dei colori - Relativismo linguistico - Loomen Studio

Il presupposto che dobbiamo assumere per parlare di relativismo linguistico nelle diverse società, per quanto riguarda la categorizzazione dello spettro cromatico, sta nel fatto che la costruzione di termini linguistici e di immagini interne nel designare certe tonalità di colore partono essenzialmente da un’esperienza umana.

Non è un caso, riprendendo l’esempio degli Inuit dello scorso articolo, che in eschimese esistano numerosi termini per definire la neve ed il colore bianco. Ciò dipende evidentemente dal fatto che l’esperienza vissuta dagli eschimesi è impostata nel mezzo di un contesto glaciale, dove la neve, il ghiaccio ed il bianco sono una costante. Una costante che per noi occidentali è ovviamente difficile da concepire, tanto che non saremmo probabilmente capaci di differenziare più di tanto una neve da un’altra.

Il nocciolo del presupposto è, quindi, che ogni società ritaglia lo spettro cromatico con dei termini linguistici in base a delle necessità e a dei vissuti concreti. Ancor prima che esista la concezione astratta di “rosso”, “bianco” o qualsiasi altro colore, esiste l’oggetto concreto di quel colore. Un oggetto che costruisce un significato perché magari è utile, si ricollega ad una credenza mitica, rievoca ricordi di esperienze passate che ne influenzano il significato finale.

Non è un caso nemmeno che la parola cultura derivi da “cultura”, participio passato del verbo latino “colere” (coltivare), e che l’etimologia di “significare” sia “signum” “-ficare”, laddove “signum” deriva dalla stessa radice di seme. La cultura, e anche la classificazione dei colori, è un modo per ordinare la realtà e darle un senso complessivo e coerente. Partendo da ciò, anche il colore è un significato costruito nel tempo e finalizzato ad ordinare la molteplicità del reale.

I relativisti considerano quindi le differenze linguistiche in campo cromatico non indice di una più o meno evoluta capacità percettiva di visualizzare certi colori ma segno del fatto che le diverse società si sono costruite i propri apparati linguistici, le proprie culture sulla base delle necessità del contesto.
In conclusione quindi, per questo approccio non esiste una differente percezione del colore tra popoli ma un diverso modo di classificarla e di ritagliare lo spettro cromatico.

A contrastare questa visione c’è l’approccio dei “riduzionisti”, di cui parleremo nel prossimo articolo.

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