Semiotica dei colori – Riduzionismo

Semiotica dei colori - Riduzionismo - Loomen Studio

A contraddire l’ipotesi relativista sta l’approccio che prende le mosse da uno studio messo in atto da Berlin e Kay nel 1969 e che ha portato risultati molto fertili ed interessanti da un punto di vista scientifico.

Secondo gli studiosi, infatti, la suddivisione del continuum spettrale non avverrebbe in maniera del tutto arbitraria e, in un certo senso, esclusivamente culturale: nel loro studio credono di ritrovare una classificazione apparentemente analoga nei diversi contesti sociali, che potrebbe designare un “modello”, uno schema capace di determinare lo stadio evolutivo di ogni classificazione cromatica.

La dimostrazione (questa indubbia) che i due studiosi hanno riportato consta nell’osservazione che in quasi ogni lingua esistono undici termini fondamentali per la classificazione cromatica. Questi sono, in ordine: bianco, nero, rosso, verde, giallo, blu, grigio, rosa, arancione, marrone, viola.

Perché “in ordine”?

Questa serie di termini vengono posti in ordine dal momento che Berlin e Kay affermano che la costruzione degli undici termini sia legata ad una graduale complessizzazione della classificazione cromatica. Ovvero: esistono di base undici termini fondamentali comuni a tutte (o quasi) le lingue del mondo; se una certa lingua ne mostra un numero minore ciò è dovuto ad uno stadio inferiore di evoluzione della società in questione.

Una posizione alquanto forte è quella presa dagli studiosi ma che, il più delle volte, risulta comprovata. Infatti ciò che sostengono sta nel fatto che, nella progressiva creazione di termini cromatici, si proceda per stadi in cui, mano a mano, vengono aggiunti nuovi termini in un preciso ordine. Così, la distinzione “bianco/nero” rappresenta quella fondamentale e ineludibile; qualora si presentassero tre termini cromatici, il terzo sarebbe necessariamente il rosso; dopodiché si passa al verde o al giallo, e così via.

L’analisi di Berlin e Kay sembrerebbe confutare la posizione di tanti relativisti che hanno visto nella costruzione sociale del significato il criterio fondamentale di classificazione dello spettro cromatico. Quel che però lascia molto amaro in bocca e che non può non porre delle titubanze sul lavoro svolto da questi studiosi sono due osservazioni importanti: la prima, l’esperimento svolto ha visto la partecipazione, sì, di 20 persone di lingue diverse ma tutte residenti a San Francisco; secondo, e più importante, sta nel fatto che su quale base teorica o pratica è possibile considerare in chiave evoluzionistica il processo della classificazione dei colori?

E’ giusto partire dal presupposto che più una società è evoluta più questa sarà complessa? E’ giusto partire dal presupposto di concepire e credere, di conseguenza, la propria società come punto di riferimento massimo per la classificazione dei colori e come futuro traguardo a cui le società tradizionali giungeranno? Inoltre, si può dare per scontato che i colori vengano classificati in base alla loro tonalità e non considerare che, come dimostrato dai relativisti, in epoche più antiche l’individuazione dei colori non era frutto di una distinzione della tinta ma della distinzione della luminosità?

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