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Quando nasci in Inghilterra nel 1800 l’unica cosa che desideri è andar via. È comprensibile.

Sono gli anni del Romanticismo contro il Neoclassicimo, della riscoperta del “sentimento” contro il Positivismo illuminista, e altre contrapposizioni inutili ai fini del nostro racconto.

Un’opposizione utile è però quella fra francesi e inglesi. Così vicini e così distanti, così simili e così diversi. Entrambi spocchiosi e vanesi, entrambi fortemente patriottici e fieri, entrambi insopportabilmente egotici.

Se qualcuno avesse loro fatto notare queste somiglianze forse l’Europa si sarebbe risparmiata secoli di traumatici conflitti. Purtroppo però, Napoleone oltre che francese era anche còrso, il che significa che era un isolano anche lui e quindi ancor più testardo, fiero ed egotico della media dei suoi connazionali.

Viene da sé che per un ragazzo nato in Inghilterra nel 1800, l’odio verso qualsiasi cosa provenga d’Oltremanica è intrinsecamente collegato alla propria essenza vitale. Magari ci provi a nasconderlo, ma alla fine rimani fregato da piccoli dettagli. Come chiamare la tua più grande scoperta “la mia Waterloo”.

Suonerebbe strano detto da qualsiasi altra persona al mondo, ma detto da un inglese è la cosa più entusiastica che si possa sentire. Se poi il tuo avversario da superare è un francese, non esiste frase più precisa per esprimersi.

È il caso di William Henry Fox Talbot, uno che il suo essere inglese lo dimostra già nel fatto di avere tre nomi e volerne usare solo uno anche quando il resto del mondo ti chiama in un altro modo.

Il povero William, chiamato Fox, firmato Henry, ha 33 anni quando decide di prendersi una vacanza e se ne va in Italia. Provare a immaginare un inglese che bellamente attraversa mezza Europa in pieno XIX Secolo è già strano di per sé. Quel che invece è perfettamente normale è che quello stesso inglese s’innamori del Lago di Como. E se ne innamori a tal punto da volersene portare un pezzo a casa, un ricordo, un’immagine.

Fissare un’immagine nella propria memoria è un processo molto complicato. Bisogna ricordarsi tutto nei minimi particolari, sforzarsi ogni volta di ricostruire l’immagine così come la si è vista. Uno sforzo non da poco.

Più facile è riprodurla. O meglio: fissarla per sempre da qualche parte. Fisicamente, s’intende. È il motivo per cui esistono i pittori, almeno fino al 1841.

Quell’idea lo tormenterà per il resto della sua vita. Che poi, a ben guardare, fa sorridere pensare che qualcuno possa essere tormentato dall’idea di dover comprare una cartolina.

John Herschel
John Herschel

Talbot si ricorda così di quella vecchia idea che gli era venuta in mente qualche anno prima, con la carta immersa in una soluzione di sale e nitrato d’argento. E gli venne in mente quel bislacco incontro a Monaco di Baviera con John Herschel, un inventore che gli aveva spiegato le proprietà del tiosolfato. Ora, il fatto che due semisconosciuti si ritrovino a Monaco di Baviera a parlare delle proprietà del tiosolfato può suonare strano, ma non se consideriamo che quei due non sono proprio due persone normali, ecco. Uno studia matematica a Cambridge, l’altro è già un affermato astronomo.

Appena tornato a casa nel suo laboratorio, Talbot rispolvera i suoi studi risalenti a quasi dieci anni prima. Tira fuori la sua scorta di tiosolfato dal cassetto (chi non ha a casa del tiosolfato nel cassetto alzi la mano) e ne studia le proprietà a contatto con il nitrato d’argento.

Il risultato è eccellente. La prova del nove è una piccola foglia che impregna della sua forma la carta su cui è appoggiata. È il primo negativo della storia. Talbot è entusiasta; se Meucci avesse già inventato il telefono avrebbe sicuramente chiamato a casa, gli amici, Herschel, e pure la simpatica signora dell’albergo a Como. Tutti, perché ce l’aveva davvero fatta, finalmente, dopo anni di lavoro. Certo, era solo il primo passo, ma era comunque un grande passo.

Era tutto pronto per la grande presentazione al mondo della sua nuova straordinaria invenzione, quando un francese sbarca a Londra con uno strano brevetto, il Dagherrotipo, bruciandolo sul tempo.

Per Talbot è il colpo di grazia. Tutto il suo lavoro diventa in un attimo obsoleto e si ritrova nella terribile condizione di doversi difendere da chi lo accusa di aver copiato Daguerre. È la sua battaglia contro i mulini a vento, non può vincere. La sua strada è a un vicolo cieco.

Passa i mesi successivi ad osservare il mondo intorno a sé che esalta l’invenzione di Daguerre. Prima in Francia, poi nella “sua” Inghilterra. Dove aveva fallito Napoleone sembrava essere riuscito questo pseudo-inventore francese.

Ma gli inglesi sono gente tosta, che si arrende difficilmente. E allora dopo essersi ripreso dalla prima batosta della sua breve carriera, si richiude nel suo laboratorio a fare nuovi frenetici esperimenti. S’informa sul brevetto del Dagherrotipo e trova delle differenze sostanziali con il suo lavoro. È apparentemente migliore, quasi perfetto: innanzi tutto il tempo di esposizione del dagherrotipo è inferiore a quello della sua invenzione, l’immagine è più nitida e più semplice da realizzare. Però ci sono delle differenze concettuali molto importanti: il procedimento è diverso, i materiali sono diversi e l’idea stessa è diversa. Forse c’è ancora speranza.

William Talbot, "Schreiner in Lacock" - 1842/43
William Talbot, “Schreiner in Lacock” – 1842/43

Due anni dopo, nel 1841, arriva il momento della svolta. Gli esperimenti vanno bene, i progressi sono evidenti, ma c’è un semplice dettaglio che fa capire a Talbot di essere arrivato a destinazione: riesce a riprodurre immagini in serie. Daguerre non c’era mai riuscito, le sue immagini sono singole riproduzioni della realtà non replicabili.

Tutto questo è possibile semplicemente grazie ai suoi negativi. Singole immagini che si possono stampare su carta ripetute volte poggiando il negativo su un foglio bianco fotosensibile ed esponendolo alla luce. Così Talbot riesce a generare più immagini in positivo partendo da un unico negativo.

Un procedimento all’apparenza macchinoso ma geniale. La sua vittoria definitiva contro il francese invasore: la sua Waterloo, per l’appunto.

E mentre l’invenzione di Daguerre, che è fondamentalmente un’immagine positiva diretta e unica senza possibilità di lavorarci sopra, viene ben presto abbandonata a se stessa, il calotipo di Talbot è la base perfetta su cui costruire il futuro della fotografia.