Il secondo modello di cui andiamo a parlare (qui il primo, quello relativo al “Modello matematico-informazionale” di Shannon e Weaver) è prodotto di un sociologo americano, Harold Lasswell, che, immerso nel contesto tra le due guerre mondiali, con i primi mezzi di comunicazione di massa in rapida diffusione e pratiche propagandistiche fortemente pressanti comuni a tutte le grandi potenze mondiali, dà avvio ad una serie di ricerche e teorie che si propongono di mettere al centro la comunicazione di massa. Purtroppo, questo stesso presupposto d’indagine diviene il tallone d’Achille di una prospettiva che finisce per riconoscere la comunicazione, di massa e non, come un processo totalmente asimettrico, con gerarchie di potere insormontabili e predeterminanti.

Per intenderci, il modello di Lasswell prende le mosse da un saggio scritto dal sociologo stesso, “Propaganda technique in the world war”, nel 1927, con cui l’autore si proponeva di costruire un’analisi approfondita sulla propaganda e su quelle che sono le caratteristiche del fenomeno, ed è poi arrivato negli anni seguenti a sistematizzare una teoria ben più chiara ed applicabile a diversi contesti comunicativi. Nel 1948 infatti, partendo dal modello matematico-informazionale di Shannon e Weaver, Lasswell produce una vera e propria teoria detta “teoria ipodermica”, in quanto il messaggio propagandistico viene concepito come un “proiettile invisibile” che colpisce il destinatario, un ago ipodermico che s’insinua al di sotto della pelle dell’ascoltatore che, inerme, lo subisce.

Lasswell - Teoria ipodermica

Gli elementi presi in considerazione dalla teoria sono cinque: “who says what to whom in what channel with what effect” – Chi comunica? Che cosa dice? A chi? Attraverso che canale? Con quale effetto? Più che un’analisi approfondita del processo comunicativo, il modello di Lasswell sembra compilare una diagnosi che spiega come un messaggio persuasivo abbia effetto su chi ascolta. Infatti, particolare attenzione è posta sulla struttura e l’organizzazione del messaggio stesso, sui suoi aspetti persuasivi.

Ma veramente potremmo riconoscere un soggetto che ascolta così privo di capacità critica e di elaborazione del messaggio? Oppure che la finalità del messaggio ed il suo risultato sull’ascoltatore siano così matematicamente calcolabili? Oppure ancora che nel processo comunicativo prenda parte, in realtà, un solo soggetto che è quello detentore di maggior potere, ossia l’emittente?

Il modello di Lasswell probabilmente è figlio del tempo in cui, davvero, era presente una “gestione statale dell’opinione” (“Propaganda techniques in the world war”, 1927), ma già allora si potevano riconoscere alcune criticità.

Eppure non credo possiamo considerarci così privi di capacità di elaborare quello che “passa sotto la nostra pelle”. Nonostante la pervasività, l’insistenza e l’invisibilità con cui un messaggio può essere trasmesso, c’è sempre un qualcosa di irriducibile dentro di noi che permette di rispondere in maniera diversa, in fondo. Certo – come non ammettere che la propaganda, le pubblicità e le comunicazioni di massa non influenzano in maniera concreta le nostre vite? La maggior parte delle volte l’effetto desiderato dall’emittente ha luogo, e nel corso degli ultimi decenni le riprove a riguardo sono innumerevoli.

Quello che voglio dire, però, è che – banalmente – non siamo tutti uguali, e il nostro spirito critico non è uguale a quello di chi ci vive accanto, non è perfettamente congruente, c’è sempre una reazione che è diversa dall’altra e che dipende da quell’irriducibilità che nessuna pervasività può cancellare: la nostra individualità. La stessa individualità, paradossalmente, di chi poi si ritrova al centro commerciale a comprare il preciso prodotto costoso che ha visto nella precisa réclame pubblicitaria, magari. La stessa individualità che, a fronte di réclame invece sgradevoli per noi, non ci attrae ma ci respinge. Gli strumenti ed i criteri con cui elaboriamo un messaggio dipendono da tanti fattori, tra cui l’esperienza, ossia la nostra vita, la nostra storia e le nostre amicizie; i nostri trascorsi e la nostra cultura. Per questo ogni storia è diversa e, a volte, la pelle sa essere più spessa di un ago ipodermico.